Abbazia della Vangadizza

Fu fondata verso l’anno 1000, ma in tanti secoli di vita il primitivo monastero subì molte modifiche e ampliamenti. All’Abbazia si accede da via Cigno, da dove si giunge al cortile detto del Seminario (dopo aver incontrato sul lato destro le appena restaurate Barchesse), chiuso su tre lati da edifici. A sinistra troviamo la costruzione che nel 1700 ospitò il Seminario; un piccolo portico introduce all’atrio con uno scalone che porta all’ex appartamento dell’Abate Commendatario nell’edifico di fronte, un arco gotico in cotto del 1400, con elegante fregio, immette in un breve portico da cui si accede al chiostro. Di fianco all’arco, una lapide murata sopra una porta, ricorda il luogo in cui si trovava la Cancelleria del monastero. A destra, oltre il giardino, l’abitazione dell’Amministratore.
Il chiostro, probabilmente voluto dall’Abate Guido nel 1200, è a pianta trapezoidale, forse a motivo di precedenti costruzioni che hanno impedito la normale pianta ad angoli retti; il portico è coperto a vele sostenute da pilastri poligonali in cotto. Il chiostro è l’elemento architettonico più interessante e suggestivo dell’Abbazia.
Nella seconda metà del Quattrocento l’Abate Commendatario Lodovico Scarampi restaura il chiostro, abbellisce la loggia ponendovi delle colonnette in marmo di Verona e fa sopraelevare il lato est del chiostro per i dormitori dei laici. Le finestre di questo nuovo edifico sono contornate da archi in cotto in stile gotico.
In un manoscritto del 1500 si legge che proprio su questo lato sorgeva la precedente Chiesa della Vangadizza. La Vera da pozzo veneziana del 1300, al centro del chiostro, è stata collocata dallo stesso Scarampi. Sotto il portico, a sinistra dell’ingresso al chiostro, attraverso uno splendido portale marmoreo del 1400, voluto dal Commendatario Roverella, si accede all’ex Refettorio. All’interno, sopra un caminetto, è murato uno stemma seicentesco con le insegne dei Recanati, i quali avevano la tomba di famiglia presso l’altare di San Teobaldo. Nel Refettorio si trovava fino al 1981, la “Cena”, copia della celeberrima di Leonardo Da Vinci, dipinta su tela dal Bonsignori nel XVI secolo. Dopo il restauro, per i danni causati da un incendio avvenuto nel 1981, la grande tela è custodita presso il Museo Civico “A. E. Baruffaldi”.
Nel portico troviamo l’antico lavabo del Refettorio e reperti provenienti dall’ex Chiesa, la cui demolizione ebbe inizio nel 1835; tra questi il paliotto intarsiato dell’altare del Santo Crocefisso fatto restaurare, nella prima metà del 1500, dall’Abate Commendatario Ambrogio Bernardo, lo stemma del quale figura ai lati del paliotto. Sempre nel portico si trova un sarcofago senza coperchio del secondo o terzo secolo d.C. Era uso in questa epoca commerciare sarcofaghi con figure abbozzate, da definire al momento della destinazione.
Una piccola porta, sul lato opposto dell’ingresso del chiostro, conduce all’ex Chiesa della Vangadizza trasformata in parco. Sopra la stessa porta, dalla parte della Chiesa, è murata una lapide del 1226 che ricorda il rinvenimento delle reliquie dei Santi Primo e Feliciano. Nell’area della Chiesa demolita, abbiamo ciò che rimane del presbiterio; questo ospitava l’abside con l’altare maggiore e due cappelle laterali, una dedicata a S. Teobaldo, a sinistra, l’altra al S. Crocifisso, a destra. Alla base del muro, tracce di una probabile cripta.
A sinistra della porta di ingresso alla Chiesa dalla Piazzetta della Vangadizza, si notano i resti dell’altare della Madonna del Rosario.
L’unica parte della Chiesa che non è stata demolita, visibile, per le notevoli dimensioni, anche dalla Piazzetta, tanto da essere scambiata per la Chiesa vera e propria, è la Cappella della Madonna della Vangadizza: qui essa aveva il suo Santuario. Il grande arco marmoreo di accesso è finemente lavorato; i pilastri che lo sorreggono portano scolpito alla base lo stemma dell’Abate Commendatario Ambrogio Bernardo, che fece costruire la cappella nel 1400. Lo stesso stemma si trova sotto il doccione che sporge verso la Piazzetta. All’interno, sul catino absidale, entro medaglioni di stucco, sono raffigurati a fresco, con immediatezza, alcuni miracoli della Madonna della Vangadizza, dipinti tra il 1500-1600 dal pittore bresciano Filippo Zaniberti. Raffinati stucchi decorano i pennacchi della cupola e rappresentano le virtù teologali e una virtù annessa: l’umiltà.
A sinistra dei resti del presbiterio si erige il suggestivo campanile, probabilmente del 1200. Su una lapide murata a m. 6 dal piano campagna si legge: MAGISTER PALCENT FECIT HOC…P. La cella campanaria venne rifatta nel 1517 dall’Abate Commendatario Ambrogio Bernardo, come si legge sulle lastre di pietra murate tra le luci della cella. In quell’occasione il campanile venne coperto con una cupola; questa fu sostituita con la punta cestile in cotto a forma di cono che si vede ancora oggi, dall’Abate Francesco II Loredan. Alla base del campanile troviamo reperti romani e medioevali usati come materiale da costruzione. Di questi, il più importante, è un’ara romana, usata come pietra angolare; questa raffigura una Baccante in atteggiamento di danza; se ne trova il calco presso il Museo Civico “A. E. Baruffaldi”.
Attraverso un passaggio aperto nel presbiterio, si esce in un cortile, dove una collinetta di terra, del secolo scorso, copre la ghiacciaia; scostato di poco, un forno del pane dello stesso secolo. Sul lato nord-est del cortile, si nota una costruzione già adibita a stalla. La parte verso la campagna di questo edificio è costituita da una torre; la struttura dell’arco del suo portico (ora tamponato) la potrebbe collocare nel 1200-1300; gli archi del chiostro sono costruiti con la stessa tecnica.
Nella Piazzetta della Vangadizza, davanti ai resti della facciata della Chiesa, si trovano due sarcofaghi: quello ravennate di sinistra con il coperchio romano fa pensare a materiale di recupero. Questi sarcofaghi contenevano le spoglie di Azzo II e della moglie Cunegonda, capostipiti degli Estensi, che vollero essere sepolti alla Vangadizza.

Tratto da Badia Polesine: contributo per la conoscenza della città.
Badia Polesine, Biblioteca Civica G.G. Bronziero, 1993

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